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Il suo territorio

A 325 metri sul livello del mare, profilata sulla quinta delle Alpi e delimitata dal fiume Piave nella parte sud-orientale, Feltre è una delle più belle città murate del Veneto.Le vicende storiche, complesse e assai articolate, che ne hanno determinato l’identità, sono leggibili in trasparenza nel suo attuale aspetto. Tralasciando le numerose leggende sulla fondazione, la più organica delle quali vorrebbe la città fondata da Ercole libico, è verosimile pensare ad un centro di importanza strategica fin da tempi preistorici, quando, nella seconda età del Ferro, si afferma una prima tendenza insediativa in un’area che certo già nell’età del Bronzo doveva essere zona privilegiata di transito tra l’alto Piave e l’area atesina.
L’epoca preromana risulta di difficile definizione tra Paleoveneti, Euganei, Celti, Taurisci, Reti ed Etruschi, anche se una qualificazione della zona in senso etrusco-retico appare la più probabile. Un lento ma costante processo di romanizzazione interessa Feltre fin dalla prima metà del II secolo a.C. fino a farla diventare municipium con diritto di cittadinanza alla Cisalpina negli anni tra il 49 e il 42 a.C. La struttura urbanistica romana della città appare sviluppata in due nuclei, uno nella “città bassa”, intorno all’area del Duomo, di via Garibaldi, di piazza Vittorino da Feltre (piazza Isola); il secondo sul versante meridionale del colle su cui sorge la “città alta”, lungo l’asse est-ovest dell’attuale via Mezzaterra, come appare confermato anche da recenti ritrovamenti effettuati in Piazza Maggiore, che hanno ribadito l’esistenza di un antico foro che superava in estensione l’attuale piazza e di una serie di terrazzamenti fondati sulla roccia e riempiti per la successiva edificazione, secondo una tipologia di marca ellenistica.
Ancora in epoca romana la città estende il proprio territorio fino a toccare la località di Pergine e la val di Fiemme, mantenendosi centro vivace ed importante anche in età tardo antica, come appare testimoniato dalle numerose associazioni professionali e dalle magistrature di prestigio che vi avevano sede. La vitalità del sito è corroborata dalla presenza della via Claudia Augusta Altinate, raccordo tra la città di Altino e le terre del Danubio, vettore di merci e di uomini.Tra questi ultimi, Alarico e Attila, rispettivamente nel 409 e nel 455, inaugureranno la lunga serie delle invasioni barbariche che caratterizzeranno la storia di Feltre nel V secolo: Alani e Vandali, Eruli, Rugi e gli Ostrogoti di Teodorico, dopo la cui morte la città fu possedimento bizantino. Certo è che le fonti tramandano come la più cruenta e perniciosa l’invasione dei Longobardi, con la distruzione della città ad opera di Alboino nel 569 d.C., alla quale fa seguito la dominazione carolingia.
Proprio in questa parentesi incerta e malsicura la città manifesta la mancanza di uno spiccato centro laico di potere, sigla che la contraddistinguerà anche nel corso del periodo feudale e oltre. Parallelamente si assiste ad un rafforzamento dell’autorità ecclesiastica e vescovile, che culminerà nella figura del vescovo-conte e che finirà col congelare l’emergenza delle strutture comunali, piena espressione dell’anima laica della società.
Così come, seppure in modo peculiare, Feltre entra a far parte del sistema feudale, così partecipa alla prima crociata e alle faide tra guelfi e ghibellini, cruente e ininterrotte fino al 1178, anno in cui il vescovo Drudo, pur guelfo, riceve dall’imperatore Federico I la legittimazione del suo potere, con il diritto di coniare moneta e di fortificare la città. È infatti a tale momento che risale la costruzione di una prima cinta muraria difensiva, più arretrata rispetto a quella attuale, dotata di quattro porte in corrispondenza dei quattro punti cardinali: ad occidente porta Imperiale (ex porta Cormeda), ad oriente porta Oria (porta Aurea), a mezzogiorno porta Pusterla e porta de Domo (i resti della seconda si notano alla base delle Scalette Nuove), a mezzanotte la distrutta porta Valneria. Il profilo delle mura appariva ritmato da torri ora scomparse, ma i cui nomi richiamano remote suggestioni: torre di Mercatovecchio, dell’Aquila, Bramante, Boemia, per dirne solo alcune.
All’interno della cittadella il castello occupava l’attuale sito, ma più esteso e munito di quattro torri, mentre il reticolo delle vie, più volte intercettato ed interrotto dalla ricostruzione cinquecentesca, movimentava in modo ben più articolato di quanto oggi non appaia il tessuto urbano. Nascono i quattro quartieri, Duomo, Santo Stefano, Castello, Port’Oria, frutto della divisione della città in altrettanti quadranti, che ancor oggi si sfidano per conquistare il Palio delle quindici monete. Anche le contrade (Mezzaterra, Mercato Nuovo, Turrigia, Tezze, Nassa) acquistano una loro fisionomia, a testimonianza della vivacità urbana del momento, assieme al fiorire dei mercati e degli ospizi ad essi legati.
Il ricco centro finisce per essere termine di contesa da parte di molte potenze limitrofe, il che ne determina tra l’altro le mutevoli alleanze. Treviso, Verona, Boemi, Carraresi, i duchi d’Austria, i Visconti, fra XIII e XIV secolo si avvicendano, si accordano, incombono sulla città. Nel tentativo di recuperare una parentesi di pace e disperando in una efficace forma di autogoverno, mancandole come s’è detto l’esperienza comunale, Feltre si consegna nell’anno 1404 alla Serenissima Repubblica di Venezia, episodio rievocato la prima domenica d’agosto nella manifestazione del Palio.
Neppure la protezione veneziana preserva la città dall’essere coinvolta in ulteriori conflitti, anzi, proprio l’aver unito il proprio destino a quello della potenza lagunare la trascina contro la Lega di Cambrai in una serie di scontri che culmineranno con la distruzione nel 1510 ad opera di Massimiliano I, anche se con tutta probabilità vennero colpiti soprattutto i centri del potere e non l’intera cittadella. Il fatto darà comunque il via ad un’imponente impresa di ricostruzione attraverso la quale dotarsi di una nuova e coerente fisionomia, del tutto in linea con le nuove teorie artistiche rinascimentali, la cui prima conseguenza sarà l’accorpamento dei lotti gotici, caratteristicamente alti e stretti, unificati di tre in tre. Già negli anni tra 1489 e 1502 Feltre si era munita di una nuova cerchia di mura, ancora visibili in parte, utilizzando il progetto di Dionisio da Viterbo, che prevedeva anche due imponenti torrioni merlati oggi perduti, ma visibili nelle riproduzioni cinque-seicentesche della città. Ora procede ad una vera e propria ridefinizione d’immagine, calamitando a sé una folla di artigiani ed artisti noti e meno noti, legati al contesto locale, ma anche “forestieri”, come quell’Andrea Nasocchio di Bassano che dovette essere presente in zona assieme ad altri membri della sua bottega familiare. Pensate alla vivacità di un cantiere, all’incrociarsi degli uomini e delle idee, al trambusto delle merci ed avrete un’immagine della città cinquecentesca, entusiasta e dignitosa come il suo motto Nec spe nec metu.
Tra i nomi eccellenti legati alla realizzazione del paramento affrescato interno ed esterno degli edifici spiccano quelli di Lorenzo Luzzo (1484 c.-1526), detto Morto da Feltre, di Marco da Mel (1505 c.-1583) e, dalla metà del Cinquecento, di Pietro de Marascalchi (1522 c.-1589), Lo Spada. Oltre alle numerose maestranze attive nella riedificazione, si dovrà pensare poi alla presenza in città di altri pittori non impegnati nella decorazione parietale, ma certo attirati da una committenza ricca e disponibile: Cesare Vecellio (1521-1601), Jacopo Bassano (1510/15-1592), Jacopo Tintoretto (1519-1594).
Tutto insomma parla di una Feltre rinascimentale vivace e laboriosa, così come si evince anche dalle relazioni dei Rettori veneti di terraferma, anche se dovette certo gravare sulla città l’incipiente crisi che coinvolgerà l’intero Mediterraneo orientale in seguito allo slittamento dell’asse commerciale verso le rotte oceaniche. Alle incrinature materiali seguono quelle dottrinali: numerosi i casi di eresia e di stregoneria. Vengono messi all’indice e bruciati in pubblici roghi i libri ritenuti pericolosi o fuorvianti, a testimonianza dell’apprensione che in zona si nutriva per tali fenomeni.
La crisi giunge a maturazione nel XVII secolo, sfociando in un lento ma inarrestabile processo di deterioramento socio-economico, la popolazione cala, si assottiglia la produttività manifatturiera.
Anche la splendida stagione della decorazione a fresco si spegne, anche se parallelamente si assiste ad un incremento della pittura da cavalletto che si prolunga fin nel secolo successivo: Paolo Dal Pozzo (1573-1655), Domenico Falce (1619-1697), Francesco Frigimelica (1560-1646), Antonio Lazzarini (1672-1732) e Girolamo Turro (1689-1739). Anche la scultura trova un interprete di rango in Andrea Brustolon (1633-1712).
È il momento in cui si afferma anche nel Feltrino quella civiltà di villa che, mutuata dal contesto veneziano, assumerà localmente una valenza più operativa, meno edonistica, non luoghi di villeggiatura ma di vita, attraverso i quali gestire un territorio non sempre facile.
E a questo proposito, come non ricordare la presenza in città di Carlo Goldoni, per lavoro, certo, come coadiutore di cancelleria, ma che non sa frenare la sua indole teatrale dato che proprio qui allestisce due commedie.
Quest’atmosfera appannata, sfinita, è destinata a fare da sfondo a nuove minacce, all’alternanza sfibrante tra Francesi e Austriaci. Ai primi, insediatisi in città il 10 marzo 1797, si deve l’abrasione a suon di scalpello tutti i leoni di San Marco, ancora visibile sui muri di numerosi edifici. I secondi realizzano una gestione non disdicevole della città, tentando anche di risolvere il problema della pressante disoccupazione con campagne di manutenzione della rete viaria locale.
Ciononostante nel 1848 si rendono evidenti i primi fermenti risorgimentali che culmineranno nel luglio 1866 con l’ingresso di Feltre nel Regno d’Italia. La cosa non è indolore: i nuovi confini recidono artificiosamente traffici secolari e frequenti sono gli episodi di scontro, anche gravi, con coloro che mal si rassegnano alla presenza di dogane e presidi.
Sotto il profilo artistico il neoclassicismo la fa da padrone, specie nella figura di Giuseppe Segusini (1801-1876) che compie in città interventi consistenti, tali da mutare l’intera fisionomia dei siti e degli edifici. Piazzetta Trento e Trieste, Piazza Maggiore rappresentano i casi più eclatanti: per la seconda si attua persino l’abbattimento della chiesa di Santo Stefano. D’altro canto, al medesimo autore si deve il ripristino nel Feltrino della decorazione affrescata, unitamente a Goffredo Sommavilla (1850-1944).
Altre cancellazioni eccellenti riguardano i due torrioni del versante sud della cinta muraria cittadina, ancora ben visibili nella veduta della città del Falce.
Il primo conflitto mondiale fa di Feltre il centro operativo di smistamento per truppe e derrate. La città cambia identità, edifici pubblici e privati vengono adattati agli scopi della guerra: comandi, tribunali, carceri, ospedali. Migliaia di profughi dalle circostanti aree del Cadore, dell’Agordino, del Bellunese e del Primiero, gravitano sul centro urbano.
Nell’autunno 1917 Feltre viene occupata dagli Austriaci e subisce i danni e le perdite che sempre si accompagnano alle situazioni belliche. I patrimoni pubblici e privati accusano il colpo, ingenti le mancanze negli inventari artistici.
Al termine della guerra una faticosa opera di ricostruzione interessa la città, interrotta peraltro dallo scoppio della seconda guerra mondiale. A partire dall’armistizio del 1943 inizia forse uno dei periodi più gravosi per il Feltrino, poiché l’intero Bellunese viene annesso al Terzo Reich come zona operativa prealpina e pochi giorni dopo l’atto politico si assiste all’occupazione materiale del centro con l’entrata di una colonna di granatieri Panzer.
La storia del 1944 è questione di rappresaglie e tentativi di reazione, di sortite e rastrellamenti che culmineranno con l’invio di 120 persone nel campo di Bolzano.L’istituzione nello stesso anno del CLN e il coordinamento tra tutte le organizzazioni di resistenza già operanti in zona, comincerà a scrivere la storia della liberazione.
Le due guerre mondiali infliggono gravi danni al contesto artistico cittadino: molti i danneggiamenti, le distruzioni e le lacune mai colmate. Ciononostante, splende il nome di Carlo Rizzarda (1883-1931), geniale maestro del ferro battuto e acuto interprete dell’estetica del suo tempo, che ha apposto la sua firma su diversi manufatti di arredo urbano nella Feltre e nella Milano novecentesche, dove collaborò, demiurgo ricercato, con gli architetti del periodo.